Alitalia: Milano-Shangai per ripartire

L’Expo è stata l’occasione per molte grandi aziende che l’hanno interpretata come un’occasione di ripartenza, come un momento focale da cui far nascere nuove idee e rilanciarsi verso nuovi obiettivi. È anche il caso del nostro colosso dei cieli, Alitalia, che sotto la nuova presidenza di Luca Cordero di Montezemolo e, alla presenza dell’amministratore delegato Silvano Cassano, oggi ha annunciato la nuova rotta Milano-Shangai.

Per il semestre di Expo si erano preventivati ben 39.000 posti: di questi l’80% è già stato venduto (in numeri si parla di 31.000 biglietti). Un evento del genere sembra quasi voler essere simbolico nei giorni dell’Esposizione Universale, visto che sancisce il collegamento tra la nuova sede e quella che l’ha ospitata nel 2010.

Tornare nel cuore nevralgico della Cina significa avvicinare le distanze con delle persone “affamate” di Italia e che saranno felici di poter avere il made in Italy a portata di volo, come ha evidenziato lo stesso presidente della compagnia di bandiera. Di sicuro non sarebbe stato possibile senza il contributo di Ethiad, che ora possiede il 49% di Alitalia, né senza i 700 milioni investiti per il rilancio dell’azienda entro il 2017. Ed effettivamente servirebbe un rilancio, visti gli ultimi bilanci in negativo e la spietata concorrenza delle compagnie low cost che stanno mettendo a dura prova la resistenza della regina dei cieli italiana.

Di sicuro è importante il rinnovo dei vertici, oltre all’accordo con gli arabi: Montezemolo si è detto positivamente sorpreso dell’atmosfera trovata in azienda che è tutt’altro che tipica di una ex parastatale. L’obiettivo per il futuro sarà quello di incrementare le tratte, anche di lungo raggio, e di puntare sulle risorse umane, sulla loro formazione e sulla meritocrazia.

Tra le aziende più influenti ci sono sei italiane

Tra le 250 aziende più influenti del mondo si sono classificate ben sei italiane. Nel rapporto Global Powers of Consumer Products 2015 stilato da Deloitte, la prima impresa nostrana si è classificata al 77simo posto ed è la Ferrero. L’azienda della Nutella si è guadagnata il primo posto tra le italiane grazie alla crescita delle vendite che, rispetto al 2013, l’anno scorso sono cresciute del 5,6%. I ricavi totali sono ammontati a 10,5 miliardi di dollari. A seguire la graduatoria delle aziende italiane troviamo Luxottica che in un anno ha aumentato del 3,2% il suo fatturato. Cresce anche Pirelli, arrivata terza, con +1,2%. Nonostante le perdite figurano fra i marchi più influenti del globo anche Barilla e Indesit, con fatturati in calo rispettivamente del 18,8% e del 7,4%. Ultima italiana in classifica è Perfetti Van Melle che mantiene inalterato il suo volume d’affari rispetto al 2013 ma che, dal 2008 al 2013, è stata protagonista di una crescita complessiva del 4,7%.

Insieme le sei italiane hanno generato ben 39,6 miliardi di dollari nel 2014, con una crescita dell’1,2% rispetto al 2013. Secondo i portavoce italiani di Deloitte quello dei beni di consumo è un settore centralissimo nell’economia del nostro Paese: si calcola che questa sfera rappresenti il 22% del totale della produzione, il 23,9% dell’occupazione totale e il 5% dell’intero Pil nazionale. E quello del manifatturiero – ed eventi come Expo lo testimonieranno – è il futuro non solo dell’Italia ma anche di altri Paesi a vocazione economica come gli USA. Basta ovviamente che sia di qualità e sostenibile.

Job act: gli effetti su occupazione e salari

Nello stesso mese del job act sono stati pubblicati i dati sull’occupazione che il Ministero del Lavoro è chiamato a comunicare periodicamente. Ebbene, dai numeri sembrerebbe emergere una situazione in movimento, visto che le assunzioni hanno subito un aumento nel mese di marzo. Ma i numeri si scontrano con quelli dell’Inps che, dal canto suo, si è pronunciata in merito ai salari. Questi, al contrario dei posti di lavoro, sembrano essersi stagnati: non ci sono aumenti, sintomo di un’economia ferma, almeno stando all’interpretazione dell’istituto di previdenza sociale.

Analizzando in due blocchi distinti i dati pubblicati dai due enti, si parla di 92 mila nuove assunzioni, secondo il Ministero. Tra gli occupati continua a essere più diffuso il contratto a tempo determinato ma, confrontando i dati con quelli di marzo 2014, sembra che a crescere sia stato solo il volume di contratti a tempo indeterminato. I dati, come hanno specificato dal Ministero, sono provvisori e non tengono volutamente conto né del lavoro domestico né di quello presso le pubbliche amministrazioni. A sostegno della validità della riforma, tanto decantata dal Governo Renzi, ci sono state ben 40.034 commutazioni dei rapporti di lavoro che da tempo determinato sono passati all’indeterminato.

Ma parlano di un’economia stagnante i numeri dell’Inps che ha analizzato gli stipendi dei lavoratori italiani. Le retribuzioni orarie su base mensile, infatti, non hanno subito alcun aumento: si parla soltanto dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2014. Questo a fronte di un potere d’acquisto che continua a calare a picco e che rende le famiglie italiane meno capaci di spendere.

Il Milan ai cinesi: ma chi sono esattamente?

Ormai è chiaro a tutti che Silvio Berlusconi ha intenzione di vendere la sua squadra di calcio, una delle più potenti e riconoscibili nel mondo. Eppure non è ancora certo né quando né con chi avverrà l’affare Milan, quello che si prospetta uno dei più grossi di quest’anno. Nonostante queste incognite, sono in molti a credere che ormai il patron Berlusconi venderà ai cinesi: ma chi e quanti sono esattamente?

Si tratta per lo più di speculazioni e rumors. Da un’agenzia di stampa cinese arriva quanto dichiarato dalla camera di commercio che riunisce i professionisti italiani con quelli asiatici e che afferma si tratterà non di un solo imprenditore, ma di un gruppo di magnati. Per uno solo, infatti, sarebbe stato impossibile arrivare a sostenere la spesa ingente dell’affare: Silvio Berlusconi ha valutato il Milan per un valore pari a 950 milioni di euro, per di più pretenderebbe che siano coperti anche i debiti per 250 milioni che altrimenti costringerebbero i soci a un aumento di capitale entro l’estate. Troppo perfino per un magnate del calibro di Jack Ma, l’uomo simbolo del colosso dell’e-commerce cinese Alibaba, che comunque figura nel pool di investitori pronti ad acquistare il diavolo rossonero.

Con Jack Ma ci sarebbero anche Wang Jianlin, patron di Wanda Group, Zong Quinghou, di Wahaha, e la Huawei che già sponsorizza la squadra milanese. Tutti farebbero capo a Richard Lee, l’unico che finora si è fisicamente visto in Italia, per la precisione ad Arcore. Pare che il gruppo di imprenditori sia disposto a unire le forze per finanziare la metà dell’impresa colossale, mentre per il resto della cifra necessaria all’operazione le intenzioni sarebbero quelle di ricorrere al crowdfunding. Ma siamo sempre nel campo delle speculazioni che rimarranno tali, con molta probabilità, fino all’estate, di sicuro fino al 31 maggio, data della fine del campionato a cui Silvio Berlusconi vuole arrivare da presidente e proprietario del Milan, magari con un posto assicurato in Europa, giusto per provare ad alzare (ancora) il valore della sua squadra.

Pininfarina forse ceduta agli indiani

Giornate a dir poco buie quelle che si stanno susseguendo per il settore delle quattro ruote made in Italy: dopo la Pirelli ceduta nelle mani di un’azienda cinese, è il turno di Pininfarina, baluardo della creatività e del design automobilistico italiano.

La società, che è conosciuta in tutto il mondo per aver ideato la Ferrari Testarossa e altre macchine storiche simbolo del nostro paese, pare verrà presto consegnata nelle mani di un attuale cliente dell’azienda, gli indiani di Mahindra&Mahindra. Pare che l’operazione non si sia ancora concretizzata, ma Pincar (azionista di maggioranza al 76%) ha confermato pubblicamente l’interesse degli indiani dopo che la Consob ha chiesto all’azienda una comunicazione ufficiale. Erano stati, infatti, giorni di indiscrezioni, voci e chiacchiere che non hanno contribuito a nulla se non a far oscillare vertiginosamente il titolo a Piazza Affari.

Nella nota si legge che non esiste ancora un accordo ufficiale e vincolante, ma che Pincar sta valutando tutte le opzioni che possano appoggiare e rendere possibile l’attuazione del piano industriale Pininfarina. Questo dopo sette anni in cui si sta tentando di ristrutturare il debito con le azioni del gruppo in pegno alle banche. E, a proposito di questo, Pincar ha ricordato proprio che se la cessione diventerà la decisione finale, le 13 banche creditrici o pignoratizie dovranno dare il loro consenso. Certo è che se la scelta ricadrà sugli indiani di Mahindra, l’obiettivo è quello di terminare il piano di ristrutturazione del debito e di cominciare un periodo di stabilità patrimoniale per l’amato marchio italiano.

Lo Stato vende quote Eni, o forse no

Non è affatto chiaro quello che sta succedendo tra il Tesoro e l’Eni dal momento in cui è cominciato un susseguirsi di dichiarazioni subito smentite. Tutto parte dal viceministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti che ha risposto a una domanda sulle privatizzazioni.

Parlando di Eni la risposta sembrava inequivocabile: lo Stato è intenzionato a vendere parte delle sue quote, ma in maniera limitata visto che l’azienda è una delle maggiori tra quelle che sono un riferimento per i privati. Nonostante il Tesoro sia intenzionato a vendere (così sembrava), non rinuncerà certamente al suo ruolo centrale nel controllo dell’azienda petrolifera. Quella annunciata dal viceministro era apparsa così come una replica della mossa già adottata qualche mese fa per l’altra grande partecipata dello Stato, l’Enel (di cui è stato collocato il 5,7%).

La smentita però è stata velocissima ed è partita da Palazzo Chigi subito dopo che le prima agenzie stessero battendo la notizia, per altro piuttosto negativa per l’azienda. Eni infatti non si trova in un momento molto favorevole alla vendita e il rischio che si trattasse di una svendita era altissimo. Il Ministero ha prontamente smentito dicendo che si è trattato di un malinteso e che non è affatto intenzionato a cedere suo quote di Eni.

Non dimentichiamo che in questo momento la società sta ancora subendo il crollo dovuto all’annuncio del taglio del dividendo e il costo del petrolio sceso sotto i 50 dollari. Per di più i manager sono alle prese con gli investitori e tentano di convincerli a restare con un nuovo piano industriale che guarda al futuro, tagliando le attuali remunerazioni agli azionisti per guadagnare di più in seguito.

Le 25 città più importanti nella finanza mondiale

Dal 2012 Citylab e Martin Prosperity Institute elaborano uno studio che classifica le 25 città finanziariamente più potenti del mondo. I criteri che vengono utilizzati per ordinare la graduatoria sono quattro: valutare in base al Prodotto Interno Lordo di ogni singolo centro il loro grado di influenza economica; pesare sulla base dei think tank, l’industria bancaria e le compagnie di consulenza, la loro importanza finanziaria; stabilire, usando come riferimento i parametri dell’Economist e quelli di A.T. Kearney, il livello di competitività delle città; studiare e valutare la qualità della vita e la situazione sulle pari opportunità per i cittadini.

Ebbene, soprattutto rispetto alla prima classifica, quella del 2012, le sorprese sono molte, non solo in termini di new entries, ma anche in termini di perdita o guadagno di posizioni in graduatoria. Certo è che tra le 25 città più potenti del mondo in termini di finanza, nessuna è italiana. Ai vertici non è cambiato nulla, almeno confrontando la classifica attuale con quella di tre anni fa: al primo posto si è confermata New York e al secondo Londra. Seguono Tokyo, sempre terza sul podio fin dal 2012, e Hong Kong, ancora una volta in quarta posizione. La prima a perdere è Parigi che, da quarta a pari merito, diventa quinta. Seguono in classifica Singapore e Los Angeles, entrambe in crescita. Dopo troviamo un’altra asiatica, Seoul, seguita dalle prime new entries della graduatoria, Vienna e Stoccolma. Due città d’Oltreoceano perdono posizioni: Toronto e Chicago. Zurigo, da decima, arriva oggi tredicesima; seguono altre tre nuove tra le potenti del mondo: Sidney, Helsinki e Dublino. A seguire Osaka Kobe e, a pari merito, Shangai, Beijing, Oslo e Boston. A chiudere la classifica c’è Ginevra, altro nuovo ingresso di quest’anno, e , fanalini di coda con lo stesso punteggio, Mosca e San Francisco (new entries) con Washington.

Quote rosa ai vertici: l’Italia spaccata a metà

Ci siamo lasciati da poco alle spalle la Giornata Internazionale della Donna e, forse in occasione di questa ricorrenza, la Grant Thornton ha voluto fare il punto della situazione sulle quote rosa in Italia all’interno delle aziende che fatturano dai 30 ai 500 milioni di euro l’anno.

Le posizioni su cui si è focalizzato lo studio sono quelle da amministratore delegato, da membro del consiglio di amministrazione e da presidente del cda. In Italia il 13,8% degli amministratori delegati è donna; il 15,2% dei membri di cda sono di sesso femminile e nel 6,6% dei casi arrivano ad essere anche presidentesse del consiglio. L’analisi ha studiato la situazione di 13.133 aziende italiane.

Non sorprendono i risultati che vedono il Nord tendenzialmente più rosa del Sud: il 61% delle donne che siede nei consigli di amministrazione vive al Nord, il 34% al Centro e soltanto il 5% al Sud. Se si vuole dare uno sguardo alla situazione regionale, la Lombardia è in testa per la presenza di signore ai tavoli dei cda con il 33%, in Emilia Romagna la percentuale scende al 16% e in Veneto al 12%; chiude il Molise che registra solo lo 0,04%.

Confrontando le aziende private con quelle regionali, emerge che sono la Toscana e l’Umbria le regione più aperte al mondo femminile dal punto di vista delle imprese; all’ultimo posto ancora una regione del Sud, la Calabria.

Scendendo nei dettagli dell’analisi di Grant Thornton, si nota come la presenza femminile sia inversamente proporzionale al fatturato: più questo sale meno donne si registrano ai vertici dell’azienda. Non è un caso, quindi, che la concentrazione maggiore del gentil sesso risulta essere nelle imprese che fatturano fino a 100 milioni di euro l’anno (il 69% del campione analizzato).

Più spese legali e meno bonus per Barclays

Che per Barclays il 2014 non fosse proprio l’anno d’oro si era capito: adesso arrivano le conferme con i numeri del bilancio che si chiude con una perdita netta pari a 174 milioni di sterline, vale a dire circa 439 milioni di euro. Un’enormità se pensiamo che il 2013 si chiudeva con un utile da 540 milioni di sterline.

A rappresentare la zavorra del 2014 sono state le spese legali: per l’inchiesta sui ritocchi del mercato dei cambi, la banca ha accantonato 1,25 miliardi di sterline, molte più di quelle riservate alla stessa voce di bilancio nel 2013 e che si collocano successivamente alla scelta di metterne da parte ancora 750 milioni.

Il quarto trimestre si è chiuso per Barclays con un buco da 1,68 miliardi di sterline, ben oltre i 642 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. Fin qui le considerazioni negative sul bilancio di un istituto che molto sta soffrendo le vicende legali. Ma è bene ricordare che il 2014 si è concluso comunque con un utile adjusted da 5,5 miliardi di sterline, il 12% in più rispetto al 2013.

L’azienda è corsa ovviamente ai ripari per bilanciare le perdite e ha tagliato del 22% le risorse destinate ai bonus per i dipendenti: in questo modo si è scesi da una cassa di 2,38 a una da 1,86 miliardi. Questo ha significato per chi lavora in Barclays un bonus medio di 14.000 sterline nel 2014, il 17% in meno rispetto all’anno precedente. Discorso a parte per i dirigenti: la loro fascia ha promesso che per tutto il 2015 non si aumenterà la retribuzione.

Crolla il muro del segreto bancario

Il segreto bancario si sta sgretolando mattoncino dopo mattoncino e tutti coloro che fino ad ora avevano nascosto i loro fondi all’estero stanno vedendo svanire la possibilità di continuare a beneficiare di quella copertura che permetteva loro di creare ai danni dello Stato italiano un buco da circa 200 miliardi di euro.

Dopo il tanto discusso accordo con la Svizzera, in questa settimana l’Italia ha firmato anche quello con il Lichtenstein e adesso, leggendo il Corriere della Sera, si legge di un possibile progetto di collaborazione finanziaria anche con il Vaticano e lo Ior. Per averne la certezza bisogna ancora pazientare fino al 2 marzo, termine ultimo per la firma. Gli accordi raggiunti tra tutti questi Stati sarebbero senz’altro un modo molto efficace per incoraggiare quella che viene definita in termini tecnici voluntary disclosure, meglio nota come autodenuncia. A chi si costituirà verranno applicati controlli fino al 2009, senza scavare fino al 2005, e le sanzioni saranno più leggere.

Per il Vaticano non sarebbe una novità, visto che già dal 2014 lo Stato Pontificio aveva dichiarato l’intenzione di far crollare la fama di paradiso fiscale dello Ior: il presidente uscente Von Freyber aveva introdotto l’obbligo per i correntisti stranieri della dimostrazione di essere in regola con le imposte del proprio paese d’origine. Per di più l’anno scorso il Vaticano ha firmato l’accordo FATCA con gli Stati Uniti in cui si richiede ai cittadini americani di dichiarare l’apertura di conti esteri e agli istituti di comunicare i dati all’Internal Revenue Service.