Piazza Affari all’orizzonte per Renzo Rosso

Pare che all’orizzonte ci aspetti un nuovo importante ingresso in Borsa di una grande azienda della moda. Si tratta di Renzo Rosso e della sua OTB (Only the Brave) che controlla Diesel insieme alla maggioranza di altre due case di alta gamma, la Marni e Martin Margiela. Come lui stesso ha dichiarato, lo scopo del possibile approdo a Piazza Affari non è quello di raccogliere soldi, ma quello di diventare più trasparenti e attirare tra le fila della dirigenza nuovi validi manager, oltre che ad acquisire nuovi consumatori e simpatizzanti.
Proprio nei giorni in cui si fa un gran parlare dell’entrata in Borsa di Yoox, dopo il matrimonio con Net-a-Porter, Rosso ammette che quelli di quest’anno saranno con molta probabilità i suoi peggiori numeri di sempre. Diesel, di fatti, paga lo scotto di una profonda ristrutturazione aziendale che aveva come obiettivo quello di portare il brand a uno status più elevato. Da queste operazioni sono stati tagliati 100milioni di vendite al wholesale: ecco perché si hanno delle aspettative molto basse per il 2015, ma con la consapevolezza che il retail è già in positivo, ottimo segno per un futuro migliore.
A chi ha chiesto a Rosso della possibilità di nuove acquisizioni, il manager ha raccontato di avere due persone che si occupano esclusivamente di questa sfera. Per di più i ben informati mormorano che sul tavolo dei soggetti in questione siano presenti molti dossier di tante aziende, soprattutto di qualcuna in particolare che si è specializzata negli accessori. Investire in questa direzione vorrebbe dire comprare una realtà che possa produrre per tutti i marchi della holding. In effetti, la OTB sta operando con questa tattica con la sua Staff International che si occupa della produzione della linea di Cavalli Just e del reparto maschile di Marc Jacobs.

Media e finanza: RCS cede Finelco

Siamo alla vigilia della creazione di un nuovo e grandissimo polo radiofonico, almeno così si intuisce dalle ultime mosse finanziarie fatte nel mondo delle cuffie e degli altoparlanti. Sui movimenti che stanno interessando molte delle radio nazionali si riflette il cambiamento che questo mezzo di comunicazione ha vissuto negli ultimi tempi, di come sia stato rivalutato e di come venga considerato adesso centrale per raggiungere un’audience sempre più ampia e targettizzata.

La notizia che dà vita a queste riflessioni è la cessione del 44,5% del Gruppo Finelco da parte di RCS. Al gruppo appartengono Radio Monte Carlo, R105 e Virgin radio. A comprare il pacchetto è stata la famiglia Hazan, già proprietaria del 55,5% del gruppo che ha fatto valere il suo diritto di prelazione. Il costo della manovra è stato pari a 21 milioni di euro a cui se ne aggiungerà un altro in caso si verifichino nuove condizioni prima della fine di quest’anno. La cifra è la stessa che si vociferava quando si credeva che RCS avrebbe venduto le stesse quote a Blue Ocean, la società veicolo di cui Antonio Ricci è maggiore azionista.

A pochissimo tempo dalla formalizzazione dell’accordo tra Finelco e gli Hazan, arriva la notizia dell’intesa con Mediaset, dopo che questa ha già chiuso con Mondadori per l’80% di Monradio per R101. Il Biscione ha acquistato il 19% del capitale sociale di RB1 Spa in azioni con diritto di voto: la società è quella che ha con i soci fondatori il 92,8% di Finelco. La maggioranza rimane in ogni caso nelle mani della famiglia Hazan, anche se Mediaset ha acquistato altre azioni, ma senza diritto di voto,  per un altro 50% del capitale sociale. Nell’accordo si contempla anche la possibilità di aumentare nel futuro la partecipazione del Biscione, salvo autorizzazioni e regolamenti che lo consentano. Per la televisione dei Berlusconi, investire in un polo radio che diventerà il più grande in Italia, vuol dire, come loro stessi hanno dichiarato ufficialmente, investire in azioni crossmediali e collegate ai loro canali televisivi. Le sinergie cui si puntano saranno pubblicitarie, ma anche di produzione e distribuzione.

Dreamworks-Disney: una relazione al capolinea

Finisce (o almeno così si dice in quel di Hollywood) la partnership tra Disney e i DreamWorks Studios. A sette anni dall’accordo per la distribuzione siglato nel 2009, pare che i due colossi dell’animazione decideranno di porre termine alla loro collaborazione. L’ultimo termine del contratto è il 1 luglio 2016 e pare che l’intenzione di entrambi sia quella di non rinnovarlo, almeno stando a quanto scrive l’Hollywood Reporter citato dal Corriere della Sera.

La DreamWorks, ricordiamo, è l’azienda cofondata da Steven Spielberg nel 1994 che poi ha dato vita alla DreamWorks Animation, resasi indipendente dalla DreamWorks Studios. L’accordo con il marchio dell’animazione per antonomasia, Disney, coinvolge solo la distribuzione e pare che avrà come ultimo oggetto proprio un film di Spielberg, nelle sale tra dieci mesi. Si tratta di The BFG, storia tratta da un libro per bambini che scrisse Roald Dahl nel 1982.

Ma dove andrà la DreamWorks se con Disney dovesse veramente finire? L’Hollywood Reporter risponde anche a questa domanda, per altro legittima, e racconta di come Spielberg stia già trattando con la Universal. Non solo, il giornale ha intervistato una fonte interna al terzo comodo, ossia l’altro colosso della distribuzione: pare che l’azienda sia pronta a ogni possibile cambiamento pur di far spazio a DreamWorks, ma è ancora troppo presto per sbilanciarsi.

Di sicuro è presto per fare previsioni o dare nuove alleanze come scenari scontati, ma è chiaro che un colosso come Dreamworks, con alla regia un mostro del cinema e del dietro telecamera, se termina un accordo sulla distribuzione con Disney difficilmente rimarrà con le mani in mano in attesa di nuovi risvolti.

La Exor conquista The Economist

Sotto la guida di John Elkann, la Exor continua a macinare successi e l’ultimo traguardo raggiunto ha un nome che fa sempre un certo effetto: The Economist. Si tratta del gruppo editoriale dell’omonimo giornale inglese a cui la famiglia Agnelli era già legata da una piccola partecipazione al 4,7% e di cui lo stesso Elkann era amministratore non esecutivo. Adesso la società finanziaria ha deciso di decuplicare il suo peso all’interno del gruppo, passando al 43,4%. Ciò è stato reso possibile da un pacchetto di azioni così composto e che verrà finalizzato nell’ultimo quadrimestre di quest’anno: la Exor ha acquistato 6,3 milioni di azioni ordinarie e 1,26 milioni di azioni speciali B, per un totale di 405 milioni interamente finanziati dalla stessa società con mezzi interni.

Elkann non ha perso ovviamente tempo a manifestare la sua soddisfazione in qualità di amministratore delegato e presidente della Exor, ribadendo come la comunione di intenti tra la sua società e The Economist sia ancora fortissima, all’interno della guerra tra l’informazione e l’intelligenza che devono sovrastare l’ignoranza e i suoi pericoli. Inoltre, ricorda Elkann, il gruppo editoriale è molto attento ai cambiamenti e alle innovazioni, come la sua società, ed è perfettamente cosciente e al passo con la frontiera digital che il mondo dei media è chiamato a sfondare una volta per tutte.

La Exor, in seguito a questa epocale operazione, sarà così l’azionista di maggioranza e ha già ricevuto il consenso e l’appoggio di tutto il consiglio di amministratore, dei giornalisti e dei trustees esterni che vigilano sui contenuti e sulla qualità del giornalismo. A breve si prevedono comunque alcune modifiche allo Statuto del Gruppo, compresa quella che limiti entro il 50% la soglia massima di partecipazione al gruppo editoriale, affinchè sia garantita equità nelle scelte e nel peso degli altri azionisti minori.

Wind e 3Italia si sono fuse

Sono diversi anni ormai che si parla della fusione di due delle principali compagnie telefoniche italiane e finalmente, proprio in piena estate, arriva la notizia tanto attesa: Wind e 3Italia sono diventate un’unica realtà delle telecomunicazioni nel nostro Paese. Il controllo sulla joint venture sarà svolto pariteticamente da entrambe le società e la guida sarà affidata a Maximo Ibarra, amministratore delegato di Wind.

Nonostante il business sia esclusivamente destinato al territorio italiano, l’avventura ha matrice russo-cinese: la Wind appartiene principalmente a Vimpelcom il cui azionista di maggioranza è la russa Alpha Group; la 3Italia è di Hutschison Wampoa, società con sede a Hong Kong. A dare la notizia della fusione realizzata è stata proprio Vimpelcom.

Si parla di 31 milioni di clienti di telefonia mobile e di altri 2,8 per la rete fissa. Da questa fusione le previsioni parlano di 700 milioni di euro generati a cui aggiungere benefici Capex e Opex dall’attuale valore netto di 5 miliardi al netto dei costi di integrazione. Nell’annunciare la fusione, si sono palesate tutte le intenzioni dei responsabili dell’operazione: l’azienda avrà la perfetta dimensione che garantirà il taglio dei costi per poter offrire il meglio dei prodotti competitivi sul mercato. Il miglior proposito è proprio quello di fronteggiare al meglio la concorrenza con politiche più aggressive.

A livello organizzativo, il consiglio di amministrazione sarà composto da sei persone, tre per ciascuna parte, mentre la presidenza sarà affidata con un periodo di rotazione di 18 mesi e avrà potere decisionale sulle votazioni in merito al business.

Crisi greca: soffre l’export italiano

Lo spettro Grexit sembra archiviato, almeno per il momento, e il 13 luglio scorso è stato deciso da parte dell’UE di stanziare 86 miliardi di euro per la Grecia, di cui 25 destinati a ricapitalizzare nell’immediato gli istituti bancari ellenici. Ma questa soluzione non toglie ciò che c’è stato nei passati anni, le condizioni economiche che hanno messo il popolo greco per primo in ginocchio e poi tutti quei Paesi che godevano del rapporto di import/export con il paese.

Di tutti i partner commerciali che hanno risentito di questo tormentato periodo greco, l’Italia è sicuro uno di quelli che è uscito particolarmente danneggiato. Se nel 2007 il volume di scambio era registrato attorno agli 8 miliardi, nel 2014 quello che l’Italia guadagnava dal rapporto commerciale è passato da sei miliardi a 1,4. Nello specifico, prima della crisi, quindi nel 2008, l’export verso la Grecia totalizzava 8 miliardi di euro, mentre il volume di prodotti importati era pari a 2 miliardi: ecco che l’Italia era in positivo di ben 6 miliardi l’anno. Di questi, nel giro di sette anni, ne abbiamo persi 4,3. E non si conoscono ancora i dati ufficiali del primo semestre 2015, ma si ipotizza che il trend possa segnare ulteriori ribassi.

Non si dimentichi che dal 2009 a oggi il Pil greco ha subito un crollo del 25%, situazione che ha drasticamente ridotto il potere d’acquisto dei cittadini ellenici. Tra i beni che la Grecia importava (ma importa ancora seppur in quantità ridotte), al primo posto ci sono i generi alimentari e le bevande, seguiti dai prodotti di moda e dal settore chimico-farmaceutico. Le recenti analisi relative al 2015 rivelano che fin dai primi mesi dell’anno le esportazioni sono scese del 4,4%.

Ferrero vuole crescere in Gran Bretagna

È stato proprio il Presidente Giovanni Ferrero ad annunciare che la sua azienda di famiglia ha lanciato un’Opa su Thorntons, l’azienda britannica del cioccolato. Tutto è nato vedendo i risultati che la casa della Nutella ha raccolto nel 2014 nel Regno Unito: sono stati i migliori di sempre e questo ha convinto tutti che poteva essere il momento giusto per crescere oltre Manica. E la Thorntons era l’unica azienda su cui puntare, viste le molte affinità con quella di casa nostra: prima di tutto si tratta, come Ferrero, di un’azienda che spesso si è trovata a credere e puntare su altre piccole realtà imprenditoriali in crescita, e in seconda battuta nasce anche lei come azienda familiare, anche se poi nel 1988 si è optato per la quotazione in borsa.

L’Opa di Ferrero ha stabilito il valore di Thorntons a 111,9 milioni sterline, ossia 157,6 milioni di euro. L’offerta, se accettata, sarà interamente pagata cash con un valore per azione pari a 145 pence. Ovviamente se l’operazione andrà in porto per Ferrero la crescita in Gran Bretagna sarebbe enorme. Ricordiamo che al 28 giugno 2014, Thorntons ha chiuso il bilancio con un fatturato di 222,4 milioni di sterline e 8,6 milioni di utile operativo. Attualmente l’azienda britannica, tra Gran Bretagna e Irlanda, possiede 242 negozi e anche caffè, 158 outlet e 3.500 dipendenti.

Al momento Ferrero ha intascato l’accordo per rilevare il 34,36% del capitale di Thorntons, ma ha dalla sua anche l’approvazione dell’intera operazione da parte del board. L’obiettivo del lancio dell’Opa è chiaro per tutti: delistare l’azienda.

Italo punta al low cost contro la crisi

C’è aria di cambiamento in casa Italo, non solo nell’ambito del management e degli investitori, in fermento già da qualche tempo, ma anche nel business dei treni e del modo di proporsi ai consumatori. Nuovo Trasporti Viaggiatori, infatti, la prima compagnia italiana ad aver privatizzato il trasporto su rotaie, da anni in regime di crisi, ha deciso di dedicarsi a tratte low cost e di acquistare treni non ad alta velocità che consentono di rivolgersi a fasce di viaggiatori più popolari.

La crisi economica aveva già portato all’accordo sindacale per i circa 900 dipendenti passati a un regime di solidarietà, la notizia adesso riguarda la volontà di acquistare circa nove nuovi convogli che non superino i 200 chilometri orari. Questa la novità portata avanti dall’amministratore delegato Flavio Cattaneo e dall’azionista più attivo in questo momento, Banca Intesa. Pare infatti che per Generali il business di Italo abbia perso appeal, che gli storici fondatori della società, con il 33% delle azioni, Luca Cordero di Montezemolo, Della Valle e Punzo vogliano ridurre la loro presenza, così come la società francese Sncf. Ad accrescere il pacchetto azionario sarà proprio Banca Intesa e lo stesso Cattaneo che ha già acquistato azioni.

Non c’è ancora nulla di ufficiale, ma è certo che Ntv ha già preso i contatti con chi dovrebbe fornire i treni, dal costo di circa 20 milioni ciascuno, che saranno impiegati nelle tratte Milano-Genova, da Roma a Verona e Milano-Venezia, così come sul dorsale adriatico. Per questa operazione si parla di un aumento di capitale di 100 milioni di euro. Molto probabilmente tutto sarà definito nella nuova assemblea soci prevista per fine giugno. Sta di fatto che pare proprio che la soluzione alla spietata concorrenza di Trenitalia e dei Frecciarossa sarà quella di puntare al segmento del low cost.

Lusso italiano e borsa: si preparano Versace e Scervino

Ormai il binomio moda-borsa è sempre più ricorrente sulle pagine delle cronache finanziarie, soprattutto se parliamo di lusso e di marchi italiani di successo. Gli ultimi due ad annunciare l’intenzione di una quotazione, sebbene non ancora definita nei dettagli, sono stati Versace ed Ermanno Scervino. I vertici delle due case di moda sono intervenuti recentemente al Luxury Summit organizzato dal Sole 24 Ore e hanno annunciato di aver predisposto l’assetto manageriale per un’eventuale quotazione, ancora da stabilire nei tempi e nei modi.

L’amministratore delegato di Versace, Gian Giacomo Ferraris, nel suo intervento ha evidenziato quanto sia importante per qualsiasi azienda essere pronta per la Borsa, anche se non si prevede una quotazione a breve termine. Nonostante la casa della Medusa rimanga un’azienda familiare, il management ha un assetto ben definito e pronto per sbarcare a Piazza Affari. Bisogna ancora aspettare di terminare un puzzle che è già a buon punto: per il 2014 il fatturato è stato pari a 550 milioni e l’obiettivo entro il 2017 è di superare gli 800, arrivando a un miliardo di ricavi e alla conquista di nuovi mercati, grazie anche alle nuove tecnologie.

Come Versace, anche in casa Ermanno Scervino si sono detti pronti alla Borsa, seppur non avendo definito ancora la data della quotazione. La struttura aziendale è pronta ed è arrivata a fatturare già 100 milioni. L’obiettivo più immediato è quello di aprire nuovi punti vendita, negli USA prima che altrove.

Quello del lusso è un comparto che, come è stato detto al Summit, continuerà a cresce, seppure con ritmi leggermente rallentati rispetto a quelli degli ultimi anni. Non si dimentichi che di recente sono state molte le acquisizioni di marchi italiani da parte degli stranieri, anche se poi la cosa fondamentale è saperle far funzionare.

Del Vecchio: per i suoi 80 anni regala azioni ai dipendenti

Normalmente quando si festeggia un compleanno è chi compie gli anni che viene coperto di regali. Nella finanza italiana oggi è successo il contrario: il signore di Luxottica, Leonardo Del Vecchio, in occasione del suo 80simo compleanno ha deciso di omaggiare tutti i suoi dipendenti con un pacchetto di circa 140 mila azioni della società per un valore totale che ammonta a 9 milioni di euro.

A beneficiare di questo singolare modo di festeggiare saranno tutti i dipendenti delle società italiane che fanno parte del gruppo del colosso degli occhiali. A gestire l’omaggio e tutti i suoi costi sarà direttamente la Delfin, ossia la società finanziaria a cui fa capo Del Vecchio e che detiene il 61,4% di Luxottica. Il motivo che il presidente ha spiegato essere a monte di questa scelta è il voler ringraziare, a fronte di un traguardo così importante come gli 80 anni, quella che per lui è una seconda famiglia. I dipendenti, secondo quanto ha dichiarato Del Vecchio, sono il vero fulcro del progresso, ma soprattutto gli artefici del successo di quella che sotto la sua guida è diventata una delle più importanti aziende di successo del nostro Paese.

La notizia di questo compleanno speciale, e non solo per il festeggiato, arriva all’indomani della pubblicazione dei primi risultati del 2015 che parlano di un’ascesa irrefrenabile. Nel primo trimestre di quest’anno l’utile si è attestato a 210 milioni di euro, con una crescita del 34%. Il risultato operativo aumenta del 33% e arriva a 358 milioni. Per quello che riguarda il fatturato siamo a +20% con una cifra pari a 2,2 miliardi di euro distribuiti in maniera regolare su tutte le unità di business e su tutte le aree geografiche.