Banco di Sicilia nel mirino di Fabi. I sindacati insorgono

Tira aria di burrasca in casa del Gruppo Unicredit e, più precisamente, all’interno di Banco di Sicilia. Ad aver vestito i panni di un nefasto Eolo che ha gettato sul gruppo venti freddi è stata la Federazione Autonoma dei Bancari Italiani (Fabi), nella persona del suo Segretario Generale Lando Silleoni.

Secondo Silleoni il Banco di Sicilia avrebbe una gestione del suo personale quantomeno “inadeguata” , tanto da non escludere il ricorso alla magistratura da parte della Federazione.  Non solo inadeguata, secondo Lando Silleoni, ma addirittura incapace di far fronte ai più semplici problemi organizzativi e assolutamente non in grado di gestire i rapporti personali. Questo il lapidario giudizio espresso su come il Banco di Sicilia gestisca il suo personale.

Le parole di Lando Silleoni hanno suscitato un gran rumore perché Fabi è il più importante e rappresentativo sindacato dei bancari italiani, e se siamo ormai purtroppo avvezzi a sentire altre sigle sindacali lamentarsi di queste cose, non è la regola che la levata di scudi avvengo all’interno delle Banche Italiane.

Le parole del Segretario Generale Fabi sono gravi e pesano come macigni. I dipendenti del Banco di Sicilia, ha detto, vengono costretti con metodi intimidatori a utilizzare le giornate di ferie maturate, ma non godute, se si rivolgono ai sindacati o, addirittura, vi si iscrivono sono minacciati. Tutte queste cose, se vere e verificate, sarebbero di una enorme gravità e costituirebbero per il Gruppo Unicredit tutto un grosso problema di immagine, e non solo.

Sotto l’occhio del ciclone sono finite anche le dimensioni degli organici, ormai ridotti all’osso sostiene Fabi. Numeri così esigui impediscono, anche volendo, un corretto utilizzo delle giornate di riposo e, ha concluso Silleoni, è necessario che i vertici di Unicredit, specie alla luce della prevista ristrutturazione, intervengano con urgenza e in maniera forte per risolvere la situazione.  Fabi, nel frattempo, ha fatto sapere che si rivolgerà alla magistratura del lavoro affinché questa tuteli lavoratori e dirigenti del Banco di Sicilia. Ora si attende la risposta, o l’azione, di Unicredit.

Sale l’inflazione, ma gli stipendi crescono di più.

Innegabilmente è una buona notizia. Secondo le ultime rilevazioni pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), nello scorso mese di Giugno 2010, gli stipendi degli italiani (calcolati come retribuzione oraria contrattuale) sono cresciuti del 2,5% se confrontati a quelli del giugno di un anno fa. L’incremento delle retribuzioni è stato maggiore di quello dell’inflazione che è salita di circa la metà rispetto agli stipendi.

L’incremento, in quel caso, è stato dell’ 1,3%. Secondo i dati Istat,  la crescita, sia pur veramente minima,  c’è stata anche se si mettono a confronto i dati di giugno 2009 con quelli di maggio 2009. Incremento, dice l’Istituto Nazionale di Statistica, pari allo 0,1%.

Tutto il primo semestre del 2010, sottolinea ancora l’Istat, è segnato da un incremento positivo delle retribuzioni orarie italiane. Nei primi sei mesi dell’anno, infatti, sono cresciute del 2,3% rispetto ai valori registrati nella prima metà dell’anno 2009.

Se la media dei rialzi, come detto, si è attestata sul 2,5%, alcuni settori possono sorridere di più. Fra quelli analizzati dall’Istat, l’incremento maggiore lo ha fatto registrare quello delle telecomunicazioni (cresciuto del 4,5%), seguito a ruota da quello dell’energia e dei petroli (incremento registrato, in questo caso, pari al 4,4%), e da quello del Servizio Sanitario Locale, cresciuto del 4% come il comparto, chiaramente legato, delle Regioni e Autonomie locali.

Ultimi, nella scala degli incrementi salariali orari, i settori delle Forze dell’Ordine, della Scuola, dei Militari impegnati nella difesa e dei Ministeri. Per tutti loro si è registrato solo un +0,3%.

Nonostante queste buone notizie Istat tiene a frenare gli eccessivi entusiasmi. La crescita, anche se continuerà, sarà più lenta e se non interverranno altri fattori ora non prevedibili si concluderà con un incremento di 1,4% a dicembre.

Il valore annuo, in ogni caso, sarà di un incremento del 2,1%. Comunque ancora una  buona notizia.

Scandali COOP e stipendi d’oro

Se pensate che anche questa sia una mossa del numero uno di Esselunga Bernardo Caprotti per screditare la storica nemica COOP,  beh, vi sbagliate. Non stiamo parlando delle pagine comprate da Caprotti sui quotidiani per rendere noto a tutti lo strano modo con cui COOP si è aggiudicata la quasi totalità delle superfici di vendita a Livorno e in altre città italiane, ma di un libro di memorie che ricorda tanto quelli spuntati come funghi e scritti da maggiordomi, cameriere e presunte migliori amiche della compianta Lady Diana Spencer dopo che quest’ultima morì tragicamente alla fine di Agosto del 1997.

Questa volta l’autore è Mario Frau, un ex dirigente della COOP (ha ricoperto l’incarico di Consigliere Delegato in Novacoop ed è stato nella Direzione Nazionale di Ancc) che, ormai al sicuro da eventuali ritorsioni o attività di mobbing, decide di aprire il vaso di Pandora e raccontare alcuni segreti di un’azienda in cui ha passato cinque lustri della sua vita lavorativa.

Il libro, che è pubblicato da Editori Riuniti e sbeffeggiando uno degli slogan più famosi dell’azienda si intitola: La COOP non sei tu, svela molti retroscena del caso Unipol, delle corse al profitto a cui Frau ha assistito, delle tante attività di speculazione e, ciliegina sulla torta, racconta come la filosofia cooperativa dell’azienda sia difficilmente riscontrabile negli stipendi da favola (si parla anche di cifre superiori al milione di euro) percepiti da alcuni dirigenti.

Se vi eravate divertiti con l’instant book sui furbetti del quartierino pubblicato qualche anno fa, beh, adesso sapete cosa leggere sotto l’ombrellone nelle vostre prossime vacanze.

Mediobanca boccia il risparmio gestito italiano

Come ogni estate Mediobanca mette sotto la lente i fondi e le industrie italiane del risparmio gestito. E son dolori. Secondo l’Ufficio Studi di Piazzetta Cuccia, infatti, nonostante le pretese di valutazione su un periodo che sia medio, meglio ancora se medio –lungo, la guerra dei rendimenti è persa su tutta la linea, anche se gli avversari sono quei titoli di stato che ormai, ahinoi poveri risparmiatori, non sono nemmeno in grado di contrastare i livelli dell’inflazione che galoppa molto più velocemente di loro.

Nell’ultimo decennio, l’italica industria del risparmio gestito, è stata in grado di far svanire, a valore, più di cento venti miliardi di euro se confrontata con i Buoni ordinari del tesoro (Bot).  Tutto questo nonostante Mediobanca abbia registrato, per lo scorso anno, una tendenza inversa che ha permesso ai prodotti “privati” di rendere oltre il doppio dei Buoni ordinari del tesoro e portare nelle tasche dei sottoscrittori un rendimento del 6,1% .

Il risultato della gestione, quindi, è tornato a segnare un valore positivo (cosa ormai quasi dimenticata dopo il drammatico periodo dell’arci chiacchierata crisi economica), ma nonostante ciò è riuscito a riportare in cassa appena più della metà di quanto non avesse perso l’anno prima.

Tredici miliardi di euro dovrebbero essere un buon segno della ripresa, ma all’Ufficio Studi di Mediobanca non ne sono così convinti e il sentimento più diffuso è che si tratti solo di un evento sporadico che, speriamo, non corrisponda al cosiddetto canto del Cigno. L’intero sistema del risparmio gestito cerca di recuperare posizioni, ma i livelli pre crisi sono ancora molto molto lontani.

Le Banche italiane reggono allo stress test

Banche stressate? In Italia pare proprio di no. A detta del Comitato europeo preposto alla supervisione degli Istituti di credito del Vecchio Continente, anche nel caso in cui si verificasse il peggiore degli scenari possibili, le nostre banche principali ne uscirebbero a testa alta. Il Comitato ha preso in esame quella che sarebbe la reazione possibile di novantuno banche europee monitorando quale sarebbe lo shock subito dal loro debito sovrano nel caso in cui si trovassero a fronteggiare una situazione di Mercato decisamente sfavorevole se non catastrofica. Fra le novantuno banche europee prese in esame, quelle tricolori sono state 5: il Monte dei Paschi di Siena, il Gruppo Intesa Sanpaolo, Banco Popolare, Ubi banca e Unicredit. Tutte promosse. In nessuno dei casi italiani, infatti, il Tier 1 si abbasserebbe oltre il 6% e nonostante lo scenario avverso che il Comitato ha simulato, il loro requisito patrimoniale reggerebbe impatto. Prima fra le cinque è stata Intesa Sanpaolo, la cui Tier Razio, a fine 2011, sarebbe pari all’ 8,2%.

Si tratta di un risultato molto importante anche perché arriva nonostante quella che Bankitalia ha definito una partenza svantaggiata. I coefficienti patrimoniali con cui e nostre Banche sono partite, se confrontati con quelli degli altri Istituti di Credito presi in esame, erano molto più bassi. Tutto questo sia per delle importanti operazioni di ricapitalizzazione statale di cui hanno usufruito altri istituti europei, sia per una più stringente normativa italiana riguardo al computo di alcuni strumenti contenuti negli aggregati patrimoniali.

Brutte notizie, invece, per tutte le cinque banche di risparmio di Spagna, per la banca Hypo Real estate (Germania) e per  Ata bank (Grecia). Loro non reggerebbero allo stress: bocciate.

La Fiat L0 non sarà prodotta a Mirafiori

Non si era ancora spenta l’eco dell’entusiasmo suscitato dalla notizia del rientro in Italia della produzione della Fiat Panda (che verrà realizzata nell’ormai famosissimo stabilimento di Pomigliano d’Arco), che la FIAT spariglia ancora una volta le carte e annuncia il trasferimento nei suoi stabilimenti serbi di una parte consistente dei fondi precedentemente destinati, secondo il Piano reso noto dall’Amministratore Delegato Sergio Marchionne, a Mirafiori. Sono bastati pochi istanti perché la notizia suscitasse un vero e proprio vespaio e fra i primi ad insorgere, come era prevedibile, c’è stata la Fiom, quella stessa Federazione dei metalmeccanici  che, unica fra i grandi sindacati italiani, non aveva controfirmato la proposta del Gruppo del Lingotto per la sede produttiva di Pomigliano d’Arco.

Giorgio Cremaschi, uno dei volti più noti della Fiom, nel suo giudizio su questa faccenda  è stato tanto lapidario quanto esplicito. “Sergio Marchionne”, ha detto, “ vuole chiudere lo stabilimento di Mirafiori e, in prospettiva, azzerare la sua produzione nel nostro Paese”.  I vertici del Lingotto, probabilmente innervositi dalle estenuanti trattative di Pomigliano, da parte loro si sono lasciati andare a dichiarazioni certamente poco rassicuranti per i lavoratori di Mirafiori. Hanno esplicitamente parlato di “ingovernabilità” degli stabilimenti del nostro Paese e questo è uno dei principali motivi per cui la produzione del modello L0, destinato a mandare in pensione gli attualmente circolanti Fiat Multipla, Fiat Musa e Fiat Idea.

Sergio Marchionne ha cercato di buttare acqua sul fuoco ribadendo l’impegno del Gruppo Fiat per Mirafiori (anche se la mossa serba ha portato via ben  trecento cinquanta milioni di euro prima destinati allo stabilimento piemontese), ma diverse parti politiche chiedono chiarimenti urgenti sulla faccenda e la riapertura di tavoli di Governo e trattative.

Pare che questa estate 2010 continueremo a parlare, e molto, di FIAT.

Prestiti facili per le famiglie, impossibili per le aziende

Per le famiglie italiane ottenere un prestito è diventato, numeri alla mano, molto più semplice. Il controcanto a questa nota positiva, però, è che è diventato più difficile ottenere finanziamenti per le imprese. A tracciare il quadro di questa situazione economica è stata la Banca d’Italia secondo cui l’andamento creditizio nelle venti Regioni Italiane parla innegabilmente e inequivocabilmente di una situazione tutt’altro che stabilizzata e ancora piuttosto incerta.

Se si confrontano i dati dei prestiti fatti alle imprese nel Marzo 2010 con quelli fatti nello stesso periodo dell’anno precedente, si registra un calo superiore al 3% (3,3%) il che racconta un arresto negli investimenti.  Come dicevamo, invece, sono cresciuti (e tanto, si parla del 4,2% su base annua) le concessioni di credito alle famiglie italiane.

Ad aver richiesto (ed ottenuto) il maggior numero di prestito sono le famiglie consumatrici del meridione (in tesa a tutte quelle calabresi, molisane e pugliesi), mentre sembrano essere riusciti a contare solo sulle proprie forze, o quasi, i nuclei familiari di Lombardia, Emilia e Veneto.  Bankitalia ha semplicemente pubblicato dei numeri senza addentrarsi in interpretazioni degli stessi, ma non sono comunque mancati i commenti da altre voci.

Non ci vuole certo un grande interprete dei numeri per capire che la maggior richiesta di prestiti al Sud racconta una grave (o comunque più gravi rispetto al Nord) situazione di bisogno. Bisogno che al Nord è invece stato principalmente delle imprese. In tutte le Regioni settentrionali, dalla Lombardia al Piemonte, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia e all’Emilia, i prestiti concessi alle aziende sono diminuiti di circa il 4% . Peggiore solo la situazione delle aziende laziali che hanno visto diminuire i prestiti concessi loro del 6,6%.

Fitch punisce FIAT con un rating negativo

Sembra non ci sia pace per il Gruppo Fiat, quando sembrava essersi presa una bella rivincita con il rientro della produzione della Panda a Pomigliano d’Arco (ne abbiamo parlato anche su Finanza Italiana lo scorso 12 luglio) ecco che un’altra notizia negativa oscura il cielo del Lingotto. Fitch, uno dei nomi più autorevoli nel mondo delle agenzie di rating internazionale, ha ri-analizzato i dati dei primi cinque players mondiali del mercato auto motive e ha condannato ancora una volta il Gruppo guidato da Sergio Marchionne a un giudizio negativo. L’outlook del Gruppo Fiat resta, per Fitch, negativo. Nel lungo periodo i rating della casa del Lingotto vengono confermati come BB+, mentre nel breve sono stati classificati come B.

FIAT è l’unica delle cinque big a non aver registrato un miglioramento;  la tedesca Volkswagen e le francesi Renault e Peugeot sono riuscite se non altro a muoversi dal rating di ‘negativo’ a quello di ‘stabile’, mentre probabilmente staranno festeggiando in casa  Daimler; per loro si è passati da un giudizio di rating negativo a quello diametralmente opposto.

Emmanuel Bulle, Senior Director in Fitch con incarico sui grandi gruppi europei, ha messo in evidenza come il sostanziale miglioramento dei rating comunicati (ma non ditelo a Marchionne e ai suoi, sia il riflesso di una situazione finanziaria che, per i produttori del Vecchio Continente, continua ad evolvere verso scenari più positivi e tranquillizzanti. Le vendite globali sembra si stiano riprendendo ad un ritmo più rapido rispetto a quello ipotizzato e anche questo ha contribuito a far rivedere a Fitch le sue aspettative per i redditi chiave dei prossimi ventiquattro mesi.

Sul giudizio riguardo a FIAT ha pesato molto la decisione di scorporo di alcuni rami d’azienda (macchine per costruzioni, camion e macchine agricole) e questo, secondo Fitch, crea instabilità finanziaria nel Gruppo (a cui sono comunque stati riconosciuti dei buoni risultati nel margine operativo 2009 e nella sua migliorata flessibilità finanziaria).

Bird’s Eye Iglo compra Findus

Fra qualche giorno il Capitano più famoso della pubblicità navigherà su altre rotte. La multinazionale Unilever ha infatti annunciato di aver concluso la vendita di Findus al Gruppo Britannico Bird’s Eye Iglo. Va detto a onor del vero che il tanto amato Capitan Findus ha comunque venduto cara la pelle e perché il marchio passasse sotto l’ombrello dei prodotti surgelati Bird’s Eye Iglo, il Gruppo ha pagato ad Unilever la cifra non trascurabile di ottocento cinque milioni di euro.

Fino al cambio di proprietà, Findus, controllata italiana di Unilever, era uno dei marchi più importanti del mercato dei cibi surgelati e nulla lascia comunque pensare che il Gruppo Bird’s Eye Iglo che l’ha acquistata per una cifra così alta voglia cambiare questo fattore. Nell’ultima comunicazione di bilancio relativa a Findus, il gruppo Olandese Unilever aveva dichiarato un fatturato di ben quattrocento sessantadue milioni di euro per l’anno 2009.

A passare nelle schiere del Gruppo Bird’s Eye Iglo non è solo il Capitan Findus, ma anche il camaleonte Carletto con i suoi Sofficini, il prodotto salva single Quattro Salti in Padella, la linea That’s amore e, elemento molto importante, l’intero stabilimento Findus di Cisterna di Latina, nel Lazio. A finire nei giochi della cessione saranno anche seicento cinquanta dipendenti Findus che, attualmente, lavorano nelle sedi di Roma e, per l’appunto, di Cisterna di Latina.

Il Presidente di Unilever Italia, James Hill, si è detto certo che anche con la nuova proprietà il marchio Findus continuerà ad essere un sinonimo di eccellenza e di profitto e che non avere più un impegno così grande nel settore dei surgelati permetterà alla sua azienda di concentrarsi su altre categorie che, nel lungo periodo, permettano una crescita di Unilever nel mercato italiano.

Gli artigiani non devono pagare l’Irap

Cara, in tutti i sensi, Irap addio. In base al parere espresso dalla Corte di Cassazione a salutare definitivamente l’odiosa gabella potranno essere tutte quelle ditte artigianali che non hanno lavoratori dipendenti e non si servono di alcun collaboratore.

Per essere esentati dal pagamento dell’ Irap, però, dovranno anche dimostrare di fare impiego di un capitale di modesta entità relativamente ai beni strumentali. Se le ditte hanno tutte queste caratteristiche, ha sostenuto la Corte di Cassazione non le si può considerare né aziende né ditte e, pertanto, non gli va richiesto il pagamento dell’ Irap.

Gli artigiani non sono tenuti al pagamento di questa imposta proprio perché è relativa alle attività produttive, ma la loro realtà si configura, ha sostenuto ancora la Corte di Cassazione, semplicemente come lavoro autonomo dell’artigiano il quale ha nel suo stesso lavoro l’unico fattore produttivo. Questa ultima sentenza della Cassazione, che passerà agli archivi con il numero 15249, è solo l’ultima di una serie di pronunciamenti analoghi che lo stesso organismo giudicante ha emesso negli scorsi anni in materia. Ad essere esclusi dal pagamento dell’Irap, per gli stessi motivi sono anche i promotori finanziari e i commercianti che operano in proprio e senza attrezzature come, ad esempio, gli agenti di commercio.

Nonostante le sentenze si susseguano l’una con l’altra ormai da quasi un decennio, l’unico che sembra non essersi adeguato a questa realtà è proprio il Fisco; già la finanziaria del 2008 stabilì il regime di esonero per i contribuenti che avevano un patrimonio strumentale non superiore ai quindicimila euro (acquisito nei tenta sei mesi precedenti) e un fatturato che non superava i trentamila, tuttavia questo non risolveva la questione ancora aperta dei lavoratori autonomi. La sentenza della Corte ha messo un sigillo preciso anche a questo; lavoratori interessati aspettano ansiosi che se ne accorga anche il Fisco.

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