Banca Sella e Mastercard stringono un accordo per le carte di debito online
L’una è una delle aziende di Carte di Credito più importanti al mondo, sempre alla ricerca di nuovi prodotti ed alleanze che gli permettano di contrastare lo strapotere dell’altro marchio delle carte di credito: Visa. L’altra è fra le prime banche attive nel settore internet e dei pagamenti online, l’altra. Stiamo parlando, chiaramente, di Mastercard e del Gruppo Banca Sella che hanno annunciato la firma di un accordo in base a cui si potranno fare acquisti sui siti di commercio elettronico servendosi non solo della carta di credito classica, ma anche di Maestro, carta di debito prodotta da Martercard e che ha al suo attivo già seicento cinquanta milioni di sottoscrittori a livello mondiale. Con l’aggiunta di Maestro, la piattaforma creata dal Gruppo Banca Sella si arricchisce di un nuovo strumento di pagamento e gli e-shoppers potranno finalizzare i loro acquisti online scegliendo di pagare tramite carta di credito, di debito o carta prepagata. Tutto ciò è possibile, ovviamente, solo alle aziende che si servono per i pagamenti online dei prodotti in vendita, di GestPay, la piattaforma per i pagamenti online del Gruppo Banca Sella. Mastercard, per tramite del suo responsabile dello Sviluppo Commerciale, Massimiliano Gallo, ha definito l’accordo con Banca Sella un altro passo nella strategia di diffusione delle carte di debito anche in Europa; il Gruppo Banca Sella, invece, ha tenuto a ribadire attraverso la voce di Marco Loro, responsabile ecommerce, come questo accordo dia agli esercenti online che usano GestPay un ulteriore mezzo per incassare e aprirsi così a nuovi clienti.
Nomine Generali. Tutto da rifare? Spunta il nome di Paolo Scaroni
Il fatto che, come noi stessi abbiamo scritto in diversi post, Cesare Geronzi lasci la poltrona in Mediobanca per assumere la guida di Assicurazioni Generali sembra non essere più una cosa certa. Si è discusso a lungo su quella che sarebbe dovuta essere la nuova dirigenza tanto della Banca di Piazzetta Cuccia quanto del colosso assicurativo triestino e il walzer di poltrone che avrebbe dovuto portare il manager romano a Trieste e, di conseguenza, Renato Pagliaro ai vertici di Mediobanca sembrava ormai una pura formalità. Fino a che gli azionisti d’oltralpe guidati da Bolloré e Antoine Bernheim hanno sparigliato le carte e oggi il tutto non è poi così sicuro.
A non facilitare la rapida soluzione del problema anche l’indifferenza dei politici nostrani, primo fra tutti il Ministro del Tesoro Giulio Tremonti, ora più preoccupati dai caos delle liste elettorali e dei ricorsi al TAR presentati sia da Renata Polverini che da Roberto Formigoni rispetto ai giri di poltrona dell’alta industria italiana. Questo clima di incertezza sembra aver innervosito non poco Cesare Geronzi che pare non sia poi così certo di voler lasciare le acque conosciute di Mediobanca. Per la Presidenza di Generali, invece, comincia a farsi con insistenza sempre maggiore il nome dell’attuale numero uni di ENI, Paolo Scaroni. Vicentino DOC con un curriculum di tutto rispetto, il manager non ha mai fatto mistero di cominciare a desiderare un avvicinamento alle sue terre d’origine e la poltrona di Presidente del Leone delle assicurazioni potrebbe essere un ottimo porto. Grosso ostacolo, però, il non enorme apprezzamento che il nome di Scaroni suscita in parte dell’azionariato, a partire proprio dai soci francesi.
El Pais. Un’acquisizione in salsa Barbeque
Ammettiamolo, è una notizia che in qualche modo non può lasciare indifferenti o far storcere il naso. El Pais, uno dei più importanti quotidiani di Spagna che da molti viene quasi identificato con il maggiore paese iberico, cambia proprietario e, soprattutto, il nuovo padrone non ha nulla a che fare con il Paese delle Corride, della movida e del flamenco. Ma si trova dall’altra parte dell’Atlantico ed è più vicino ad hot dog, disco music. Prisa, il gruppo controllante, fino a pochi giorni fa, diverse realtà editoriali spagnole, fra cui proprio El Pais, a seguito di una operazione finanziaria piuttosto complessa, ha ceduto oltre il 50% della proprietà a due azionisti americani; i multi miliardari Martin E. Franklin e Nicolas Berggruen che controlleranno Prisa attraverso la società Liberty Acquisition Holdings, creata appositamente per gestire acquisizioni di questo tipo.
Juan Luis Cebriàn continuerà a mantenere la gestione di Prisa anche se gli storici proprietari, quei Polanco che fino all’acquisizione potevano vantare ben il 70% del pacchetto azionario, vedranno ridursi la quota societaria di oltre la metà arrivando ad un 30%. Prisa, bisogna sottolinearlo, non navigava certo in buone acque e i quasi 5 miliardi di euro di debito accumulato (4,8 per l’esattezza), l’hanno costretta ad accettare l’offerta della società americana che ha portato nelle casse del gruppo spagnolo non poca liquidità giungendo con una dote di oltre seicento sessanta milioni di euro. Ora Prisa, dopo essere stata acquista da Liberty Acquisition pare sarà anche quotata alla Borsa di New York. Più dell’amor patrio, insomma, poté il debito da ripianare. Però peccato. Speriamo almeno che il colosso ex spagnolo, ora yankee si sappia rialzare.
I legali di Fastweb chiedono un commissario speciale per il Whole Sale
Funzione di controllo e gestione operativa della divisione whole sale di Fastweb, l’azienda telefonica finita nell’occhio del ciclone giudiziario dopo l’arresto dell’ex numero uno Scaglia, da affidare per almeno tre trimestri a un commissario speciale. Aldo Morgigni, Gip di Roma, ha ricevuto da Franco Coppi e Gildo Ursini, legali di Fastweb questa richiesta e la esaminerà nei prossimi giorni. Dietro alla richiesta risiede la volontà di isolare il whole sale tramite la nomina di un garante che, agendo come un procuratore speciale, se ne occupi specificamente onde, da un lato, evitare il ripetersi di reati e, dall’altro, possa diesgnare un nuovo modello organizzativo e gestionale.
Il commissario che i legali hanno chiesto di nominare, avrà accesso libero e completo a tutti i flussi di comunicazione relativi al dipartimento del whole sale. La proposta avanzata da Fastweb per mezzo dei suoi legali mira ad evitare il commissariamento richiesto a seguito dell’accusa di riciclaggio e si concentra sul dipartimento del whole sale proprio perché in esso, prima gestito in maniera autonoma, sono state commesse le irregolarità che hanno portato l’azienda telefonica italiana alla ribalta della cronaca giudiziaria e finanziaria delle ultime settimane.
Fra le condizioni che, con ottima probabilità, il Gip Morgigni porrà per accettare la richiesta, ci sarà l’obbligo di escludere dal Consigli di Amministrazione tutti gli indagati, incluso l’attuale Amministratore Delegato Parisi, il cui mandato è comunque prossimo alla scadenza.
Mentre in azienda si discute, il fondatore ed ex numero uno di Fastweb Stefano Scaglia resta in carcere e per tramite dei suoi legali ha richiesto un nuovo interrogatorio per chiarire la sua posizione, l’estraneità propria e dell’azienda ai fatti contestati che, sostiene, sono da imputare ad altri.
Ancora rumors sulla presidenza Generali. La parola a Bollorè
Vincent Bollorè, finanziere francese socio di Mediobanca, butta ancora benzina sul fuoco della nomina alla presidenza di Generali e dell’avvicendamento sulla poltrona più importante di Piazzetta Cuccia e ventila l’ipotesi di un prolungamento del mandato, per almeno altri 12 mesi, di Antoine Bernheim, attuale Presidente di Assicurazioni Generali. Bollorè è stato molto possibilista riguardo a una riconferma del manager francese anche se , ha precisato, l’unico fattore che potrebbe giocare contro di lui è l’età dei Berheim, nato nel 1924. Come abbiamo più volte scritto su Finanza Italiana, scegliere il numero uno della compagnia del Leone non è cosa semplice visti gli equilibri in gioco e chiaramente molto del processo viene definito all’interno delle mura di Mediobanca, principale azionista di Assicurazioni Generali.
Bollorè ha avuto parole di elogio notevoli per l’operato di Bernheim alla guida di Generali e ha tenuto a precisare che l’asse fra Mediobanca e Generali è cruciale per l’industria italiana. Specie nel momento in cui si parla di una sua volontà di competizione con le altre aziende estere. Tutte le decisioni ufficiali, comunque, sono rimandate al consiglio di amministrazione che si riunirà a fine mese. Sarà veramente Geronzi a sedere sulla poltrona ora di Bernheim? E se sì, chi prenderà il suo posto a Mediobanca? I nomi certi della vigilia oggi sembrano esserlo meno e fra i pretendenti alla Presidenza della Banca di Piazzetta Cuccia comincia a farsi il nome anche di Fabrizio Palenzona, ora in Unicredit con la carica di Vice Presidente
Profumo di Unicredit attacca Telecom: il suo livello non è più internazionale.
Durissimo giudizio quello espresso dal numero uno della Banca Unicredit Alessandro Profumo sulla compagnia telefonica Telecom. Sia pure dichiarandosi dispiaciuto di doverlo dire, il CEO di Unicredit ha stilato la lista delle pochissime, a suo parere, aziende italiane di livello Internazionale. Ovviamente quella da lui guidata era fra di esse, ma Telecom no. Oltre ad Unicredit fanno parte dell’elite industriale italiana stilata da Profumo anche Generali, Enel, Fiat, Intesa Sanpaolo, Eni e Finmeccanica. E nessun altro.
Intervenendo al convegno dell’associazione bancaria Abi, Alessandro Profumo ha detto che, attualmente, nel sistema bancario del nostro Paese, esistono solo “due giganti” dotati di quella che lui stesso ha definito “fortissima proiezione internazionale”. Unicredit e Sanpaolo sono riusciti a beneficiare della privatizzazione del settore avvenuta all’inizio dello scorso decennio e, in virtù della loro capacità e della struttura societaria, hanno saputo gestire egregiamente la crisi a cui il comparto privato ha reagire meglio di quello pubblico nel settore bancario. Né Unicredit Né Intesa Sanpaolo, ha tenuto a precisare Profumo, hanno avuto bisogno di aiuti pubblici per uscire dalla crisi economica.
Evidentemente Profumo si trovava in giornata di esternazioni e dopo aver assestato una bella botta alla reputazione di Telecom, ne ha avuto anche per le piccole banche. A suscitare il risentimento del Ceo di Unicredit la non accettazione immediata, da parte dei piccoli istituti di credito, della candidatura a presidente dell’Abi di Giuseppe Mussari, numero uno della Banca Monte dei Paschi di Siena, caldeggiata dallo stesso Profumo. Le piccole banche temono lo strapotere delle grandi e Profumo ha definito la loro contrarietà alla presidenza di Mussari “un grande errore”, perché l’assenza delle grandi banche comporta la perdita di competitività internazionale per l’Industria alla quale verrebbero a mancare i finanziamenti necessari.
Speriamo che domani sia per Profumo un giorno più tranquillo.
Privatizzazione Tirrenia: corrono in 16
Sembra stia per soffiare aria nuova in casa della compagnia di navigazione Tirrenia. Sono ben sedici le società che hanno superato prima selezione e possono continuare la gara per acquisire il marchio della flotta che collega, fra le altre tratte, la Sardegna ai porti della Liguria, del Lazio, della Campania e della Sicilia.
La privatizzazione di Tirrenia comporterà lo stesso provvedimento anche per l’altro marchio controllato: Siremar. Ad essersi fatte avanti e ad aver passato la prima selezione sono state molte altre aziende leader del mercato della navigazione passeggeri e non; fra le altre, la compagnia Moby (dell’armatore Vincenzo Onorato, già patron di Mascalzone Latino), Grimaldi, La Grandi Navi Veloci, Gestioni armatoriali spa e persino, tramite una società mista privato-pubblico, anche la Regione Sicilia.
In sostanza sono state ritenute ammissibili tutte le manifestazioni di interesse che erano state avanzate lo scorso 19 Febbraio e che gli advisor legali e finanziari della società Fintecna avevano analizzato. Fintecna, lo ricordiamo, è attualmente l’azionista unico di Tirrenia. Passata la fase della valutazione delle manifestazioni di interesse si passerà adesso a quella della cosiddetta data room.
Oltre alle già citate società di navigazione e armatoriali, parteciperanno alla gara per la privatizzazione anche nove fondi di investimento (fra cui Investindustrial e Apef Management Company 5 Limited) e, dopo che i partecipanti si saranno impegnati a tener fede al necessario patto di riservatezza, la Fintecna analizzerà il piano industriale che i partecipanti dovranno presentare tenendo conto anche della necessaria coerenza con tutti gli schemi della convenzione con il servizio pubblico.
Pagliaro sempre più vicino alla poltrona di Geronzi, in partenza per Generali
Sembra continuare la lunga telenovela che mira a far quadrare il giro di poltrone eccellenti dell’industria italiana. Nei giorni scorsi avevamo dato notizia dell’incontro che si sarebbe dovuto tenere in Piazzetta Cuccia per definire le sorti di Mediobanca nell’ormai sempre più certo Post-Geronzi (con già un piede nell’ufficio da numero uno di Generali); il passaggio di Cesare Geronzi in Generali dovrebbe avvenire alla metà di Marzo, ma prima, come detto, deve essere risolta la questione del suo successore. Chi si siederà sulla poltrona ora di Geronzi deve essere un uomo di sua fiducia dal momento che Mediobanca non è un’azienda qualunque, ma è la principale azionista proprio di Generali. Si erano fatti i nomi, poi smentiti anche da alcuni diretti interessati, di Marco Tronchetti Provera, Vittorio Grilli e Lamberto Cardia, ma in realtà, dopo l’auto-eliminazione fatta da Tronchetti Provera a mezzo stampa, per Grilli sembra più probabile la poltrona di Mario Draghi e Cardia, nonostante sia molto ben visto da Gianni Letta, non sembra di godere degli appoggi necessari. Come anticipato la scorsa settimana, quindi, prende sempre più corpo l’ipotesi che a sostituire Cesare Geronzi sarà l’attuale DG Pagliaro. Uomo di fiducia dell’azienda, in cui lavora fin dal 1981, sul suo nome sembrano convergere le opinioni favorevoli di un numero sempre maggiore di azionisti. Se veramente Pagliaro succedesse a Geronzi c’è da chiedersi come verrebbe gestito l’affaire del Gruppo Ligresti a cui Pagliaro chiede da tempo, per risanare i conti, di vendere Fondiaria – SAI, ma questa ipotesi è decisamente avversata tanto dallo stesso Ligresti, quanto da Cesare Geronzi. Pagliaro rappresenterebbe quindi un’indicazione di continuità e stabilità che farebbe di sicuro molto piacere anche al primo azionista di Mediobanca, Alessandro Profumo. Un altro sassolino sul piatto che pende a favore di Renato Pagliaro
Telecom brucia in borsa 1.2 miliardi in 3 giorni.
Di sicuro i vertici Telecom ricorderanno per molto tempo questi tre giorni. Tanto è bastato, infatti, per far letteralmente crollare il titolo che ha perso, in appena 72 ore, più di un miliardo e duecento milioni di euro. Nonostante la performance eufemisticamente definibile come “non stellare”, l’ amministratore delegato della compagnia telefonica italiana si è dichiarato sereno e fiducioso che il titolo saprà riprendersi e l’azienda riconquistare la fiducia dei suoi azionisti.
La sfiducia dimostrata in Borsa in questi ultimi giorni è chiaramente imputabile al coinvolgimento di Telecom Sparkle, azienda controllata da Telecom Italia e alla quale gli inquirenti hanno già posto sotto sequestro ben trecento milioni di euro, nella ormai arci nota truffa della telefonia che ha coinvolto anche Fastweb (azienda crollata in modo ancora più clamoroso nelle ultime giornate di Borsa – meno 9% e 200 i milioni di euro andati in fumo) e molti altri nomi illustri dell’industria telefonica italiana.
Il Consiglio di Amministrazione presieduto da Franco Bernabè, che pensava di analizzare i dividendi 2009 e le tante ipotesi di lavoro sul tavolo (a partire dalla più volte ventilata fusione con l’azienda spagnola Telefonica) è stato invece rimandato al 25 Marzo cercando così di guadagnare almeno un mesetto per capire come si evolverà l’indagine e quali ripercussioni avrà sui soggetti e le aziende coinvolte.
L’AD di Telecom si è comunque detto ottimista (sia pure in modo moderato ha precisato) e ha dichiarato che il rinvio è stato deciso, più che per vera necessità, per una forma di prudenza dettata dal clamore che l’inchiesta finita su tutti i media con il suo mix di finanza, mafia, politica e corruzione ha generato.
Fastweb nella tempesta, e Scaglia torna in Italia
Silvio Scaglia, ex AD di Fastweb, la famosissima azienda di telefonia finita nell’occhio del ciclone per una enorme inchiesta sul riciclaggio e la truffa, tornerà oggi in Italia con un aereo privato. Nei giorni in cui è esploso il caso Scaglia, come dichiarò subito il suo avvocato, si trovava all’estero per lavoro, ma aveva manifestato da subito l’intenzione di far rientro nel nostro Paese, dichiarandosi assolutamente sereno e certo che sarebbe stato in grado di chiarire la sua posizione.
Nonostante l’ordine di arresto che grava su di lui, Scaglia ha ribadito ancora una volta, per mezzo di una nota diffusa alla stampa, la sua volontà di parlare quanto prima coni magistrati proprio perché certo tanto della correttezza di Fastweb durante la sua amministrazione, quanto del proprio operato in qualità di numero uno della società.
Nel frattempo, durante un incontro con i giornalisti, l’attuale amministratore delegato di Fastweb, Stefano Parisi, ha ribadito che la società non ha mai raccolto fondi non dichiarato in banche estere e tantomeno compiuto azioni criminose o illegali.
Parisi ha inoltre precisato più volte che il motivo dell’incontro indetto con la stampa non era la propria difesa personale o quella degli altri indagati, ma la necessità di salvaguardare il buon nome di un’azienda che opera da diversi anni e per la quale lavorano centinaia di persone e, cosa non trascurabile, è anche quotata in Borsa.
All’esplicita domanda rivoltagli da un giornalista, Stefano Parisi ha ribadito l’assoluta infondatezza delle voci che lo davano come dimissionario, ha anzi ribadito l’importanza di rimanere al suo posto in un momento di turbolenza come quello che sta vivendo ora Fastweb la quale, come ovvio, ha necessità di una giuda forte nel mezzo di questo grosso danno di immagine che sta subendo.
Parisi non ha solo giocato in difesa, ma ha scagliato parole pesanti nella sala. Fastweb è stata definita dal suo Amministratore Delegato, come la vittima di due ex dipendenti scorretti che a titolo personale e non aziendale erano implicati in un “giro di malaffare”.
